Anni Settanta: la musica e la politica, il singolare e il collettivo, il sesso, la coppia, aperta / apertissima / quasi sfatta, l'on the road praticato o immaginato, i concerti, il fumo, i jeans a tubo e quelli a campana, la psichedelia, l'antipsichiatria, la California, i miti e i riti, il lirico e l'epico, l'ironia, il quotidiano, i giochi, le credenze e le speranze, il prima e il dopo, il quartiere e l'oratorio, la piazza e i bar.. Cos'è che si ferma nel tempo?

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mercoledì 9 marzo 2011


Promemoria per l'11 Marzo

Non crediamo che siano sufficienti le decine di riviste, giornali, volantini, le centinaia di foto “archiviate” in questi anni al primo piano di Vag61 per ricucire il caro filo rosso della memoria che tanto piaceva alla sinistra, a cavallo tra gli anni ’60 e i primi ’70. Del resto, il movimento del ’77 non aveva mai voluto saperne di “padri”, di “fratelli maggiori”, di “tradizioni storiche”, di “esperienze comuni”. Aveva lasciato giusto una piccola nicchia agli inguaribili nostalgici che, anche allora, dibattevano, con orgogliosi sensi di appartenenza, sugli album di famiglia del movimento comunista o sugli alberi genealogici della tradizione marxista.
All’interno degli immensi “serpentoni” o dei “grandi draghi” multicolori, aveva avuto più fortuna chi si dilettava a teorizzare la rottura con il passato o la distruzione della linearità e l’interruzione della continuità, dell’insieme “passato-presente-futuro”.

Nessuno se lo ricorderà più, ma il Movimento del Settantasette elaborò una sua originale “riforma istituzionale”, proponendo una rettifica essenziale della carta costituzionale: “La Repubblica Italiana è una repubblica fondata sulla fine del lavoro salariato”.

C’era anche un programma minimo:
- Riduzione generale del tempo di lavoro salariato nel corso della vita. E non rinvio dell’età pensionistica a centocinquant’anni.
- Libera circolazione delle idee, delle tecnologie e delle sostanze psicoattive. E non proibizionismo e carcere per chi fa quello che gli pare con il suo proprio corpo.
- Comporsi e ricomporsi della comunità (o della singolarità) desiderante, libera circolazione del piacere e rispetto della sofferenza. E non santificazione della “zombie-famiglia”.
- Proliferazione di circuiti connettivi di comunicazione orizzontale. E non potere del danaro e della pubblicità sulla comunicazione.
- Nomadismo virtuale e fisico, abolizione di ogni barriera nazionale al libero movimento degli uomini e delle donne.

C’è qualcuno ancora su questa lunghezza d’onda,
o saremo costretti aspettare il 2017?

“Chi in questo paese non ha desiderato l’insurrezione, è un’anima morta che nulla ha vissuto delle passioni della storia”. (da un volantino del 1977)

martedì 8 marzo 2011


23 gennaio

Quando Rudi scrisse 23 Gennaio non aveva neppure vent’anni, io avevo qualche anno di più.
Roberto Franceschi, Franco Serantini, Giannino Zibecchi, Francesco Lorusso e tutti gli altri giovani compagni che caddero in quegli anni per mano di un potere cinico, violento e impaurito avevano più o meno la nostra età. Se fossero vissuti adesso sarebbero uomini di mezza età, incanutiti, magari ingrassati, con figli e forse anche nipoti, con alle spalle una vita di lavoro, di lotte, di amori, di affetti. Sono rimasti invece giovani per sempre, fissati una volta per tutte nell’attimo tremendo della morte e la nostra generazione ha avuto in sorte la terribile responsabilità di vivere anche la loro vita, di provare a inverare anche i loro sogni, che d’altra parte erano i nostri stessi sogni.
Molti di noi hanno continuato a farlo militando in una o l’altra delle organizzazioni della sinistra, altri hanno scelto, come si diceva allora, di “sciogliersi” nel movimento, ma per tutti e per ciascuno si trattava di dare testimonianza di quei valori, di quegli ideali di libertà, eguaglianza e solidarietà che ci avevano portato nelle piazze e nelle strade a gridare i nostri dubbi e le nostre verità, dal Sessantotto in poi.
Una volta sembrava così importante la differenza tra militare in Avanguardia Operaia, in Lotta Continua, nel Movimento Studentesco o semplicemente, da “cani sciolti”, nel movimento.
Oggi possiamo dire che l’unica differenza reale, pesante che consideriamo è quella tra chi, ognuno con il suo personale percorso, ha vissuto una vita fedele ai valori che avevano ispirato quelle scelte e quegli anni, “gli anni migliori della nostra vita” ho già scritto altrove, e chi invece quei valori ha dimenticato, riposto nell’armadio come capi fuori moda o peggio ancora consapevolmente abbandonato per saltare prima o poi sul l’osceno carro dei vincitori.
Noi, Rudi, io e tutti i nostri amici e compagni, del Collettivo Franceschi e quelli che abbiamo incontrato successivamente nel nostro percorso, non abbiamo molto da rivendicare se non questo: abbiamo continuato a vivere, a scegliere, a volte a sbagliare ma sempre avendo ben chiaro che siamo diventati quelli che siamo ora grazie a quello che siamo stati allora, e i valori e gli ideali che ci guidano continuano a essere, e non potrebbe essere altrimenti, quelli che abbiamo imparato tra le fila del movimento.
Assieme, idealmente, a Roberto, a Franco, a Giannino, a Francesco…
Quando sono finiti gli anni Settanta? O per meglio dire, quando quel fenomeno politico, sociale e culturale destinato a passare alla storia come Anni Settanta si è definitivamente esaurito? Alcuni ritengono che in Italia ciò sia avvenuto alla fine del Settembre 1977 (dopo il fallimento del Convegno di Bologna e la definitiva spaccatura del Movimento), altri nel momento del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro (ucciso dalle Brigate Rosse nel Maggio 1978), alcuni sostengono  che il fenomeno non sia ancora davvero finito, altri escludono sia mai cominciato veramente.
Personalmente amo collocare la fine degli Anni Settanta in un giorno imprecisato dell'autunno 1979, nel preciso momento in cui sto uscendo dal cinema Astra dove ho appena visto per la prima volta Apocalypse Now. Mi guardo intorno, con The End dei Doors che ancora  mi ronza nelle orecchie e la psichedelia delle esplosioni al napalm che mi flasha nella testa,  riscoprendo lentamente il consueto quotidiano, gli autobus, i passanti, con un sorriso un po' ebete stampato sulla faccia, dovuto alla stupita meraviglia di aver assistito alla proiezione di un capolavoro.
Eh, già, perché quel film appena visto è destinato a diventare il film della mia vita, il preferito.  Willard, Kurtz, il Bene e il Male che si oppongono da sempre compenetrandosi ambiguamente in un gioco delle parti, in un Tao delirante di cui non esiste e mai esisterà davvero La Fine. Apocalypse Now, la Rivelazione. Adesso!

venerdì 18 febbraio 2011


Il compagno Daddo se n'è andato. Tutti quelli che hanno vissuto il Settantasette e hanno gridato "Paolo e Daddo liberi!" lo ricordano.

domenica 13 febbraio 2011


"Un fiume azzurro di jeans"
(Nanni Balestrini)

Negli anni settanta uno dei più feroci scontri culturali è stato sicuramente quelli tra i jeans a tubo e quelli a campana. A livello di look giovanile/alternativo si trattò di uno scontro senza quartiere.
All’inizio i jeans a campana, di chiara derivazione hippy, sembravano contrapporsi a una certa rigidità dei sessanta, simboleggiata da maglioncini stretti, camicie con le pinces e jeans a tubo. Tutto divenne per reazione più largo, maglioni oversize, ampie camicie da boscaiolo canadese e soprattutto jeans a campana. Chi non riusciva a procurarseli provvedeva ad allargare il fondo dei propri con un triangolo di stoffa, grazie all’aiuto di qualche madre, sorella o fidanzata ben disposte. Ma come aveva cantato Dylan i tempi stavano cambiando: quando i jeans a campana divennero gli unici in commercio, indossati da tutti, compagni, freak e gente comune che seguiva la moda fu chiaro in un momento alle menti più cool che era necessario cambiare stile.
Si tornò quindi, più o meno a metà del decennio, ai jeans a tubo, allora difficilissimi da trovare. Ci fu il solito sistema DIY, stringerseli in fondo da soli, se si era capaci, o ricorrere ancora alla benevolenza di madri, sorelle e compagne più versate di noi nell’arte dell’ago e filo.
Quando si scoprì che in un negozio di jeans di Nomansland, Il Calibrato, era arrivata una partita di jeans Wrangler stretti in fondo tutta l’ala più esteticamente consapevole, diciamo pure dandy, del movimento si precipitò nel negozietto, che si trovava in via Prione, quasi di fronte a uno dei due negozi di dischi della città. A parte chi scrive queste note ricordo che furono presenti certamente Angel, il suo amico Baldo, Ivan Puck, Henry Philiph e Paul Ghandi, tutti esponenti dell’ala freak, ma fautori di uno stile lontano da quello sbracato della massa. I jeans disponibili risultarono essere solo di velluto, beige e nero, e quasi tutti noi ne portammo via due paia a testa.
Per ulteriori rifornimenti bisognava spingersi fino al mercatino di Livorno, dove era più facile trovarli, o in qualche negozietto a Genova, oppure nelle grandi città.
Ricordo che trovai un paio di Levis a Roma e uno dei miei amici romani, provetto artigiano con le forbici, mi strinse quelli con cui ero arrivato, consentendomi così di avere un ricambio sempre appropriatamente cool.
Fu un gesto d’avanguardia, ma di lì a poco i jeans a tubo si ripresero il centro della scena, prima ancora dell'esplosione del punk, e quelli a campana rimasero, come era giusto, soltanto una piccola curiosità, una buffa moda durata pochi anni.

venerdì 11 febbraio 2011


Anni di pongo

Nella memoria degli anni settanta non trovano posto solo ricordi di eroiche manifestazioni, di lisergiche notti, di “sesso e volentieri”, di viaggi straordinari on the road e di concerti mitici, c’è spazio anche per aneddoti come questo, che potrebbe sembrare una cazzata ma che invece, a ben guardare, la sua logica per essere postato qui ce l’ha.
Nel movimento spezzino il compagno Picchio Del Sarto era noto per essere uno che cambiava partito più spesso che camicia (FGSI, PSIUP, P.O., M.S., situazionista, autonomo luddista, Autonomo con la maiuscola, PSI, RC, PDCI, e sicuramente ne dimentico almeno un paio) e per essere uno che le sparava sempre grosse. A sentir lui mentre qui a Nomansland penavamo per mettere insieme due o trecento persone per un corteo a Genova, dove lui era iscritto all'università, il movimento era fortissimo, organizzato e pronto allo scontro finale col Sistema. Ogni corteo genovese, nel suo racconto, era occasione di prova generale dell’assalto al Palazzo d’Inverno che certo non sarebbe tardato. Qui da noi, a parte i racconti epici e qualche giornale rivoluzionario fatto spuntare dalla tasca della giacca, non era proprio attivissimo, ma trovava comunque qualche ingenuo che lo attorniava quando iniziava i suoi racconti rabelaisiani. Uno di questi era un compagno sottoproletario di origine meridionale che era arrivato da poco in città e che stava a sentire Picchio come fosse l’oracolo.
Capitò in quei giorni che a Genova si organizzasse una manifestazione che si preannunciava piuttosto dura. In questi casi spesso Picchio per improcrastinabili motivi si tratteneva a Nomansland, maledicendo il destino che gli impediva di affrontare lo Stato faccia a faccia, ma quella volta non si era ricordato di procurarsi un alibi e l’entusiasmo dell’autonomo venuto dal Sud (di cui non riesco a ricordare il nome) fece sì che il nostro eroe decidesse di accompagnarlo, come Virgilio con Dante, attraverso l’Inferno, il ferro e il fuoco dello scontro di piazza.
Il giorno dopo sulla cronaca genovese del Secolo XIX si leggeva di duri scontri tra manifestanti e polizia, eravamo tutti curiosi di sapere come era andata dalla viva voce dei protagonisti.
Finalmente si manifestò nel nostro abituale luogo di ritrovo il compagno del Sud, ci affollammo intorno a lui chiedendogli notizie di prima mano.
Rispose con una frase lapidaria, cinque parole in cui rinchiuse un’intera vita: “Picchiu De Sartis tiene paura”…

venerdì 28 gennaio 2011


Quelli come me, born in the Fifties, ricorderanno l'antenata di Comunione e Liberazione, Gioventù Studentesca o più familiarmente G.S., non certo il primo gruppo cattolico integralista ma certo il più originale, con aspetti "movimentisti" che potevano far presa sui giovani, e il più aggressivo nella ricerca di contendere spazi alla crescente (allora...) egemonia culturale della sinistra.
I rapporti tra il Movimento e G.S. prima e CL poi non furono mai idilliaci, lo dimostra questa canzone che i compagni del M.S. milanese dedicarono a G.S.
Non sono sicuro che Umberto Fiori ne sia l'autore, sicuramente la ascoltai da lui nei primi anni settanta.

Il testo di Giesse:

Non pensare alla lotta di classe
non son cose che fanno per te
se tu vieni una volta in Giesse
avrai tutti gli amici che vuoi,
se a Giesse tu apri il tuo cuore
oh che gioia che felicità
con l'aiuto del tuo confessore
puoi redimere l'umanità:

Se non ci fosse Giesse
quanti sarebbero i rossi
ma se tu sei di Giesse
al compito in classe
ti aiuta ...Gesù!

sabato 22 gennaio 2011


E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo
potremo rispondere: ricordiamo".
Ray Bradbury, "Farenheit 451"

Nel 1973 Roberto Franceschi aveva 21 anni, studiava economia politica all´
università Bocconi ed era un militante del Movimento Studentesco.
La sera del 23 gennaio di quell´anno il collettivo del Movimento Studentesco
della Bocconi aveva indetto un´assemblea fra studenti e lavoratori presso l´
aula magna dell´università; il rettore contrariamente ad una prassi ormai
acquisita aveva vietato l´ingresso ai non iscritti alla Bocconi, cioè di fatto
aveva vietato l´assemblea e per imporre quella decisione un reparto di polizia
era schierato davanti all´ingresso dell´università.
Non appena gli studenti e i lavoratori giunti per partecipare all´assemblea
accennarono una protesta i poliziotti non esitarono a caricarli; ci fu un breve
scontro e quando già i manifestanti si stavano allontanando agenti e funzionari
di polizia aprirono ripetutamente il fuoco contro di loro con le rivoltelle d´
ordinanza.
Due giovani furono colpiti alle spalle: Roberto Piacentini, nonostante la
gravità della ferita, si salvò. Roberto Franceschi morì il 30 gennaio dopo
sette giorni d´agonia.

"Era un compagno era un combattente
per il socialismo per la libertà
per questo il governo un plotone mandò
e un sicario alle spalle sparò".

(da "Compagno Franceschi", una canzone scritta di getto da Franco Fabbri dopo l'assassinio di Roberto)

23 gennaio 1973/23 gennaio 2011

giambo

"...nel cuore e nel canto di chi lotterà
il compagno Franceschi vivrà!"

venerdì 14 gennaio 2011


La rivoluzione é finita, abbiamo vinto.
Una battuta ironica.
In realtà l'utopia di una comunità che si sveglia e si riorganizza fuori del modello predominante di scambio economico del lavoro e del salario. L'estinzione del lavoro diventa la tendenza oggettiva.
Non si può più applicare il modello della rivoluzione politica: in questo senso la rivoluzione é finita. 

Che cosa significa: abbiamo vinto?
Una sorta di scongiuro, o piuttosto l'indicazione di un atteggiamento mentale, creare le condizioni per affrontare in termini di sperimentazione consapevole e collettiva il processo di estinzione del lavoro.
Questa intuizione non riuscì in nessun modo a tradursi politicamente nel Convegno di Bologna del settembre '77.
La proposta nuova aveva scelto il silenzio perché in quel momento non aveva nulla da dire.
Quello che noi avevamo da dire l'avevamo detto.
Quello che avevamo da dire era: ragazzi, ci aspettano degli anni disastrosi, però in questi anni si dispiegherà un processo futuro che noi possiamo tentare di interpretare, in cui i processi d'autonomia potranno manifestarsi nei nuovi strati. 

All'inizio nessuno pensava che quell'occasione ci avrebbe così preso la mano. 

É stato invece un momento in cui tutti hanno sentito che bisognava andare lì, perché sarebbe stata un'occasione in cui ci si sarebbe potuti vedere, parlare, contare.
Ci si aspettava qualcosa di magico, si era creata un'aspettativa drammatica.
Tutti erano convenuti a Bologna con grandi attese che erano andate frustrate, perché una soluzione politica non c'era. 

Alla fine un sottile senso di amarezza, di delusione, di frustrazione riaccompagna la gente nei propri territori e luoghi di vita e di lotta.
Tutti si ripromettono di continuare, di andare avanti, ma nessuno sa nascondere a se stesso la drammatica domanda:
avanti come? avanti dove? 



sabato 25 dicembre 2010


Settanta

Come sappiamo la storia la scrivono i vincitori. E, con buona pace di Bifo, non siamo stati noi.
Così gli anni settanta sono diventati, nella vulgata del potere, gli “anni di piombo”.
Il ricordo ossessivamente reiterato a ogni carsico riaccendersi della rivolta è sempre lo stesso, “tornano gli anni settanta, torna la violenza, la P38, il sangue, i morti”. Come se di violenza, sangue e morti non ce ne fossero stati prima, da quel vecchio primo maggio americano (rivolta di Haymarket, 1886) a Saverio Saltarelli (Statale di Milano, 12 dicembre 1970) e dopo, da Carlo Giuliani a Federico Aldrovandi. Si è così cancellato il ricordo degli “altri” anni settanta, gli anni della creatività, dell’ironia, della gioia di stare insieme, della scoperta (magari ingenua, magari un po’ abborracciata ma sincera) di nuovi rapporti interpersonali, di diverse traiettorie di pensiero, del tentativo di destrutturare la personalità autoritaria per aprirsi a nuove complessità. E la critica, quella sì radicale, del femminismo, che mise in crisi parecchie nostre sicurezze e ci costrinse a confronti scomodi ma vitali. Sembrava che i percorsi di ricerca, politica, personale, culturale, esistenziale fossero mille e uno, c’era una ricchezza di pensiero che a pensarci adesso sembra l’Eden. E una leggerezza, altro che piombo, una leggerezza che addolciva la difficoltà di incamminarsi su non calpestati sentieri, come voleva Whitman, una leggerezza che ci avvolgeva e ci faceva stare bene quando eravamo insieme.
Certo, c’erano gli stronzi anche allora, i Generali con i loro Colonnelli che giocavano alla guerra, oppure quelli che le sparavano sempre grosse ma se il corteo era a Genova loro erano a Spezia e viceversa, o quelli che avevano letto un libro in più e allora la menavano a tutti dall’alto di quelle pagine esoteriche, o quelli che avevano deciso che non c’era tanto da sbattersi, il futuro stava in fondo a una vena. Ma dal mio punto di vista rimanevano sullo sfondo, non erano loro a dare la direzione di marcia, a esprimere la tendenza principale.
Se c’è stato allora uno spirito del tempo credo fosse quello di cui ho scritto sopra, la voglia di riprendersi la terra, la luna e l’abbondanza della canzone di Lolli, di sventolare senza timori la bandiera dell’immaginazione, di vivere la propria crescita personale e politica, il mutare dei propri rapporti d’amore e d’amicizia dentro il movimento, vissuto come un flusso desiderante, un treno bound for glory come aveva predetto Guthrie.
E la strada, perché
C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza
perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.

Adesso le strade sono di nuovo piene di corpi e di sogni e senza voler fare paragoni inutili o analogie inservibili credo sia bello che accada.

One generation got old
One generation got soul
This generation got no destination to hold
Pick up the cry

domenica 12 dicembre 2010


12 dicembre 1969: la strage di stato
Ricorda con rabbia
A quel giorno seguirono altri giorni
in cui la forza vinceva spietatamente sulla ragione
a quella bomba altre bombe
a quei morti altri morti
Tutto cominciò quel giorno
in cui perdemmo l'innocenza in piazza Fontana
in cui il terrore si fece storia
il dodici dicembre millenovecentosessantanove
Più di quarant'anni son passati
dall'inizio di quella guerra invisibile
chiamata strategia della tensione
gli anni (un anniversario dopo l'altro) infatti passano
Ciò che ci rimane di allora
è la rabbia per la violenza subita
la coscienza di sapere la verità
ma non poterla dire
I nomi e i volti dei compagni uccisi
le loro foto viste sui giornali
una parte della nostra gioventù
una storia comune spezzata nel sangue
E ricordare
che avevamo vent'anni
volevamo un mondo più pulito e più giusto
e chiamavamo questa voglia comunismo
Forse sbagliavamo
forse era un'altra la parola
quello che contava alla fine per noi
era avere un nome per chiamarci...compagni
Ma comunque si chiami lo vogliamo ancora
lo dobbiamo a chi è rimasto faccia in terra a vent'anni
sognando i nostri stessi sogni
un futuro comune tra liberi e uguali

giovedì 2 dicembre 2010

Settantasette

Forse ne ho già scritto fin troppo, più in poesia che in prosa però.
Nessun comizio postumo, non temete, solo una serie di frammenti, nello stile di TRBIF.
E' stata la prima volta dal '68 in cui ho pensato che ce la potevamo fare davvero, che le cose sarebbero cambiate, non sarebbero mai state più le stesse. Forse per questo ho sempre nutrito una forte avversione per quei quattro disperati che pistola in pugno hanno cercato il cuore dello stato, eravamo facili profeti a dire che avevano lo stato nel cuore. La loro pulsione di morte, in perfetta sintonia con quella uguale e contraria dello stato+Pci ha vanificato gli sforzi di anni di centinaia di migliaia di giovani e meno giovani, di studenti, lavoratori, disoccupati per forza o per scelta che cercavano di costruire qualcosa che rimanesse al di là dei momenti alti dello scontro, che producesse nel quotidiano quei piccoli cambiamenti che poi portano alle trasformazioni più grandi. Non sapevamo bene come, dei partitini ne avevamo avuto abbastanza, ma il movimento nel suo insieme era un crogiuolo dove renudisti e autonomi, radicali e anarchici, ex lottatori alla ricerca del padre perduto e femministe che non ce ne facevano giustamente passare una potevano convivere, confrontarsi, imparare l'uno dalla pratica dell'altro.
Questo è quello che pensavo ai tempi della Busta, ed è quello che ho detto in un'assemblea fatta al Civico, praticamente occupato, dopo l'assassinio di Fausto e Iaio, marzo '78. Mi sembrava l'ultima occasione, nonostante tutto c'era tanta gente, il movimento era ancora in piedi ma non ottenni molto successo, guardando in platea si poteva vedere fisicamente che le strade si stavano separando, nessuno avrebbe condiviso più nulla, soli coi propri simili o soli davvero, come a volte in quei mesi mi è capitato.
Anche sul piano personale le cose erano cambiate. Il settantasette per me era stato anche un anno di amori, cominciati, finiti, incontri improvvisi, menage avventurosi, con forte il senso che bastava guardarsi negli occhi un momento e poteva succedere, e a volte è successo, che cominciasse qualcosa. Una mattina mi suonano al campanello, ero da solo a casa dei miei, via xxvii marzo, se vi ricordate. Vado ad aprire in stato comatoso e probabilmente mezzo nudo, mi trovo davanti una compagna che aveva deciso che le piacevo. Fu così che cominciò una storia di quell'anno irripetibile, con successivi incroci complicatissimi che ci voleva un ingegnere col regolo nel taschino per riuscire, con una certa approssimazione, a determinare chi stava con chi.
Storie ne ebbi anche nel '78, ma mancava quel fuoco che ci bruciava dentro quando andavamo in giro di notte o quando facevamo l'amore al pomeriggio, in onore di Rohmer.
Di settembre magari parlerà qualcuno di voi, adesso non mi va. Ho già ricordato però quel giorno di fine mese in cui al baretto all'angolo di via Fiume una decina di noi si guardava in faccia senza saper che dire e che fare.
L'anno finì in minore, feci, forse per noia, alcune esperienze con droghe non psichedeliche che mi lasciarono tale e quale, solo un po' più annoiato. A capodanno, non ricordo assolutamente se ci fosse qualcuno di voi, ma mi pare ci fosse Pierre Riviere, mi trovai con un sacco di gente a casa di Nicola P., Andrea invece non c'era. A un certo punto della serata, sfogliando delle foto, ne venne fuori una in cui c'ero anch'io, mai vista prima, mai saputo chi l'avesse scattata, alla festa del Giardino Scotto a Pisa , Libertà 4. La foto la conservo ancora, curiosamente era l'unica del settantasette che avessi fino a poco tempo fa, fino a che Foxy mi regalò una foto dello spezzone femminista alla fine del corteo del 9 marzo, quando le compagne "assaltarono" il palco mentre tentava di parlare Sassi.
Nella foto si vede She, di spalle, e come ha scritto il poeta "è tutto quel che ho di te".